dilluns, 18 de març de 2013

Commentariolo al capo quarto del Genesi



[1] Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: "Ho acquistato un uomo dal Signore". [2] Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. 
Prima il male e poi il bene. Caino e dopo Abele. Io due, però, sono una creatura di Dio. Comechesia, i figli sono un effetto di non essere più nel giardino del Signore.  
[3] Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; [4] anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, [5] ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.
Stesse condotte, doni al Signore di Caino ed Abele. Ma diversa risposta: Dio gradisce a uno ma non all'altro. La differenza fra frutti del suolo e primogeniti del gregge (rapporto fra esseri inanimati ed animati) non è esattamente la causa, anzi il fatto che Dio può, dinanzi azioni simili od identiche, avere una risposta diversa. Il ringraziamento di Dio non deve misurarsi secondo il presente (semplicemente il rapporto causa-effetto), anzi si misura sub specie aeternitatis. Non ringraziare Caino come prova. 
[6] Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? [7] Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo".
La lezione è chiave: il bene non deve essere fatto per venir ringraziato, anzi per il bene stesso. Il premio del bene è farlo. Infatti, accadrà di solito nella vita che nessuno ci ringrazi il bene practicato e comunque dovrà farsi una volta ancora ed una altra. Era Caino il primogenito che doveva capire questa lezione, ma non volle uscire dal binomio sbagliato bene-ringraziamento. Abele invece mai non fu messo in questo scisma: fu ringraziato e vi ci pensò. 
[8] Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. [9] Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?".
Dio non vede tutto, non sa tutto. Caino uccide Abele per invidia, per Abele ricevere la risposta del Signore alla sua condotta e non lui. Conseguenze indirette di non capire: il peccato.
[10] Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra".
Caino si occupa delle cose del suolo, dei frutti inanimati. Mentre Abele delle cose vive, gli animali. Caino non ha cura della vita, non comprende il dolore degli animali. 
Ma Dio sa che cos'è accaduto: non vede l'atto di uccisione, ma si il fatto che il morto gli supplica e si lamenta per l'assenza di vita, lui che l'aveva conosciuta.
[13] Disse Caino al Signore: "Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere".
Dubbio esistenziale della colpa etterna: non venir mai perdonato. Il peccato, però, non conduce alla fine della vita, come nella concezione antica, anzi alla vita col peccato. Una vita col peccato è una vita con il dubbio intorno la possibilità della salvazione.
[15] Ma il Signore gli disse: "Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. [16] Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.
Un peccato tremendo, ma una probabilità di salvazione infinita: datodichè Caino non ha capito che il bene si fa per se stesso, senza occorrere il ringraziamento, allora ci vuole un castigo, ma non la punizione della morte, anzi la vita con la punizione. E infatti gli assicura: non morirai e non ti uccideranno. La giustizia in terra.
Si allontanò del Signore andando in un altro paese: YHWH è un Dio locale.
[17] Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio. [18] A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech. [19] Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l'altra chiamata Zilla. [20] Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame.
Adamo ed Eva non sono gli unici umani del mondo, perchè esiste Enoch e sua figlia. 
Avere figli come segno esterno che le cose sono a posto. 
Si chiude il cerchio: la discendenza di Caino torna a fare il lavoro di Abele, abitare sotto le tende presso il bestiame, avendone cura. La vita torna a imporsi per la sua propria forza.
[21] Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto.
Riferimento a Bacco. [...] La discendenza di Caino commette più peccati. Ma loro hanno il segno del Signore che non permette a nessuno di ucciderli.
[25] Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. "Perché - disse - Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso".
Terzo figlio.
[26] Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore.

dijous, 7 de febrer de 2013

Gallardón advierte al CGPJ "con respeto pero con rotundidad" que el Gobierno no aceptará consejos autonómicos


07.02.2013 in "elderecho.com"

"El elemento más novedoso de ese informe, el Gobierno no lo puede aceptar", ha señalado el titular de la cartera de Justicia en relación con una de las medidas que se propone en el informe que aprobó el pleno del CGPJ sobre el anteproyecto de ley de reforma de la estructura y funcionamiento del propio Consejo.

En este sentido, Ruiz-Gallardón ha explicado que el informe "pretende la implantación de además del CGPJ, de consejos autonómicos del Poder Judicial y el Gobierno discrepa con respeto pero con rotundidad de esa propuesta". "La Constitución dice que el Poder Judicial es único para todo el Estado. Esa es la razón por la que, con todo el respeto, insisto, el Gobierno manifiesta su discrepancia y no vamos, por lo tanto, a proceder a modificar la Ley para introducir consejos autonómicos del Poder Judicial", ha argumentado.

Interfície: llistes obertes com a remei



La corrupció gairebé mai no és un acte solitari i unilateral, sinó que acostuma a dependre d'una xarxa plena d'interfícies entre organismes públics i privats. La connexió clau, crec, és la que vincula el polític-ben-ubicat respecte el seu partit polític a través de la persona que fa les llistes. 

D'una banda, qui fa les llistes no és lliure, sinó que respon a criteris de qui financia, ajuda i lobbitza el partit polític. Bancs, com s'ha dit sovint, però també altres corporacions gremials. D'altra banda, qui és posat a les llistes tampoc no és lliure, ans hi és col·locat per raó dels mateixos criteris, als quals ha de retre comptes. Els ciutadans voten llistes tancades, que no controlen, i doncs els és negat el control del més important en democràtica, que n'és l'essència: la democràcia interna dels partits polítics. 

Aquesta interfície de llistes tancades quedaria posada a la creu amb llistes obertes. El recolzament ciutadà és garantit (més que pel pacte fiscal, em fa l'efecte). Ara que fem una Llei Electoral de Catalunya (ja era hora!), vulnerem la Llei Orgànica de Règim Electoral General, malgrat ens la declarin inconstitucional. El problema és, però, com uns polítics de llistes tancades aproven una llei de llistes obertes. Potser serà inviable.

dimarts, 5 de febrer de 2013

Dret de danys: algunes nocions introductòries, arran l'Encarna Roca Trias


I

La distinció entre CC/CP, per Domat i Pothier, és essencial per pensar el dret de danys avui. La indemnització i la sanció són dos concepte dissociats. El rerefons d'ambdós drets, emperò, és el mateix, el neminem laedere/alterum non laedere. 

El principi de la responsabilitat noucentista és una conseqüència del dogma de la llibertat individual. L'exemple són les màquines d'un empresari que causa danys a un treballador: l'agent, això és l'empresari, no té culpa, però, aleshores, és legítim demanar-se: qui haurà de suportar l'existència del dany? El treballador? O més aviat l'empresari que, amb una activitat socialment útil, ha introduït al món un risc nou que li genera, a més, particularment a la seva esfera patrimonial, un benefici?

Així que o bé la responsabilitat es socialitza, l'assumeixen els treballador en l'exemple anterior, o bé s'imputa a aquell que n'obté un benefici, amb aquella activitat empresaria que causa danys o riscos. Només dos models.

La summa divisio és entre, doncs, responsabilitat objectiva i subjectiva, sense perjudici d'altres criteris derivats, com el dels anàlisis econòmics del dret. En el primer es protegeix la societat (l'agent sense culpa respon) i en el segon es facilita l'activitat econòmica. El 1902 CC i TS han defensat, com a regla general, la responsabilitat subjectiva, atès que, fins i tot en aquells anys en què tenia força volada la responsabilitat objectiva (30/12/95), mai no ha estat aquesta concebuda en termes absoluts.

L'important són els detalls, on viu el diable. No es tracta de triar un model o l'altre, sinó d'analitzar l'estructura del procés -pel que fa onus probandi, legitimitat activa i passiva, presumpcions, etc- que són graduacions entre un extrem i l'altre. El que en molts casos és habitual, doncs, és una responsabilitat subjectiva, basada en la culpa, que tanmateix té alguns elements correctors de la responsabilitat objectiva, com sobretot la inversió de la càrrega de la prova i la presumpció de la culpa de l'agent. El nucli dur, en tot cas, és que la culpa sigui el principal criteri d'imputació.

(i) INVERSIÓ DE L'ONUS PROBANDI. Cada part en el procés provarà uns aspectes: el demandat, l'existència del dany i els elements, potser no de prova concloent i immediata d'imputació, d'imputació de la responsabilitat (no tant respecte la causació, sinó més aviat respecte el nexe causal). El demandant provarà la seva diligència, causa clàssica d'exoneració (provar que s'havia adoptat tota la diligència que en aquell supòsit era possible).

Aquí hi ha idees com que un major risc implica un deure de previsió major.

(ii) EVELAR EL NIVELL DE DILIGÈNCIA. Que una conducta estigui ajustada a reglaments o lleis no exonera. El mer compliment dels reglaments pot resultar insuficient davant certa situació real concreta, que ha d'implicar que s'operi una major diligència, encara que no sigui manada pel legislador. En aquest sentit, la STS 29/6/32.

De la mateixa manera, una actuació lícita pot donar pàbul a rescabalament. La simple manca de diligència, per omissió, resulta suficient en dret per imputar el dany. 

(iii) INTRODUIR EL RISC. Com diuen els dicta llatins: ciuius commodum eius incommodum, i ubi emolumentus, ibi onus. 


El respòs de la culpa, nogensmenys, es dóna quan és clara la causa del dany. La STS 5/9/07 també ha parlat de comportaments no ajustats a cànons ètics. 


La TEORIA DEL RISC, segons Díez-Picazo: tota activitat que crea per altri n risc especial, fa l'autor de tal activitat responsable del dany que dins del marc de risc es pugui causar, sense que s'agi de cercar si ha existit o no culpa de part seva. La idea de rerefons és la bàsica de justicia: si amb la seva activitat una persona es procura un benefici és just que repari els danys que causa. 

Es combina el concepte de risc i d'assumpció del risc. El segon explica el primer en els esports de risc. En compte, no és així en el món laboral (activitats intrínsecament perilloses, activitats empresarials, desigualtat de les parts, béns especialment vulnerables).


La clàusula general del 1902 CC ha anat descodificant-se, via les següents lleis: 30/92, 1/07, 26/07, 30/95 (avui 8/04), 12/11 (aquesta darrera sobre danys nuclears).


Els criteris de rescabalabilitat són: injustícia, intencionalitat, relació de causalitat, valoració del dany rescabalable. La regla general és que tot dany ha de rescabalar-se, llevat que l'interès lesionat no sigui digne de tutela.


II


"Las obligaciones nacen de los contratos [...] y de los actos u omisiones ilícitos o en que intervenga cualquier clase de culpa o negligencia", 1089 CC. 

Diferències entre responsabilitat per incompliment del contracte i responsabilitat extracontractual (la primera idea és que resulta de vegades difícil destingir-les, la qual cosa produeix que es reclamin conjunament danys a través de les dues accions): CONTRACTUAL/EXTRACONTRACTUAL

(a) Font de l'obligació: voluntat de les parts (preexistent) / fet il·lícit. 

(b) Interès lesionat: dret de crèdit / es cerca la indemnitat.

(c) L'incompliment de l'obligació contractual no per força produeix danys / en l'altra obligació sols es pot condemnar a reparar i res més. 

Conseqüència de la distinció: (i) capacitat per cotractar / qualsevol persona, (ii) obligació de diverses persones: mancomunada / solidària impròpia, (iii) els contractes distingeixen entre culpa i dol / no es distingeix, (iv) només es respon per dol / pot haver-hi responsabilitat sense culpa, (v) es rescabala el dany emergent i lucre cessant / no existeix cap limitacio: n'hi ha prou que sigui efectiu el dany patit, (vi) inter partes / es pot respondre per fets de tercers (1903 CC), (vii) la prescripció: 15 anys / 1 any, etc.

Sobre l'acumulació o no de les pretensions de natura diferent: quan no resulti possible la perfecta identificació, la tesi és favorable a l'acumulació, podent-se exercitar ambdues accions de forma alternativa i subsidiària. CRITERIS de distinció jurisprudencials: (a) principi d'unitat de la culpa civil (mateixos principis de responsabilitat en ambdós casos: hi ha una juxtaposició de la responsabilitat contractual i extracontractual i dóna lloc a accions que poden exercitar-se alternativa o subsidiàriament, havent-hi zones mixtes, (b) es restringeix el dany produït per incompliment contractual al que s'anomena "rigurosa órbita de lo pactado", malgrat, com nota Díez-Picazo, l'art. 1258 CC inclou deures accessoris al contracte que generarien responsabilitat contractual, (c) sistema opcional, en relació a la juxtaposició esmentada, (d) de forma acumulativa els criteris anteriors, (e) criteri de la distinció: quan hi ha alteritat, hi ha sempre responsabilitat extracontractual.

CULPA IN CONTRAHENDO (Ihering): s'ha de protegir qui ha entrar en contacte per intentar arribar a concloure un futur contracte: els interessos tutelables són la seguretat en la contractació, la lleialtat i bona fe exigible en el cas concret i els deures d'informació. Per aplicar aquí el 1902 CC: culpa, dany i relació de causalitat entre ambdós, d'una banda, i règim que correspon a les obligacions extracontractuals en una acció negligent que es refereixi als tractes preliminars, com ara una ruptura unilaterable que genera perjudicis. En aquest sentit, sols seran rescabalats els dnays ocasionats per mala fe del demandat. 


III


La doble regulació CC/CP. La raó és que el primer CP és del 1822 i que no va ser seguit per cap CC. 

El CP compleix funcions diferents que les de la responsabilitat per danys. El delicte és un greuge contra l'interès públic, mentre que el dret de danys té com a fi compensar la víctima. 

Diferències (sense poder parlar d'una dualitat de règims, atenent al 109 del CP, on s'indica que la responsabilitat civil derivada de delicte pot ser reclamada davant d'un tribunal civil): (i) presumpció d'innocència / no pas, (ii) aplicació del 25 CE / no de forma absoluta, (iii) imperativitat, M.F. / caràcter dispositiu de les accions de la LEC, (iv) La moderna doctrina: no pot dir-se que el la responsabilitat delictual neixi del delicte i l'extracontractual de l'il·lícit civil. En ambdós casos neix del dany imputat al responsable, (v) exercitada només l'acció penal, s'entendrà exercitada també l'acció civil (108 LECR), preferència de l'acció penal, que és improrrogable, tot i que la responsabilitat civil no perd la seva natura estrictament civil.

RESPONSABLES: art. 116.1 CP Qui és criminalment responsable, ho és també dels danys que la seva conducta hagi causat. (a) La quota, quan el dany és comès per dues o més persones, (b) la responsabilitat és solidària, (c) les persones jurídiques (LO 5/10) responen. 

EXEMPCIÓ: de responsabilitat criminal (art. 20 CP), que no produeix la de responsabilitat civil (118.2 CP). Les del CP són: (i) inimputabilitat del menor d'edat (LO 5/00, LPM, lex specialis, que fa respondre solidàriament al menor al costat dels pares, tutors, etc.), (ii) anomalies o alteracions psíquiques permanents o transitòries, "siempre que el resultado que provoca la ingestión de estos fármacos no sea buscado intencionalmente para produir la exención", (iii) legítima defensa (exempció penal i civil), perquè no hi ha antijuridicitat, (iv) estat de necessitat, penal, no civil, "persona en favor de les quals s'hagi evitat el mal en proporció al perjudici causat", (v) exercici d'un deure o exercici d'un càrrec, penal i civil, perquè no hi ha res il·lícit, (vi) por insuperable, penal, responen aquells que hagin causat la por. 

Responsabilitat civil subsidiària: dos supòsits (a) responsabilitat directa, sigui per culpa pròpia o vicària (art. 1903 CC), o (b) en defecte de qui sigui responsable principal, i aquí es parla de responsabilitat civil subsidiària (que és la dels arts. 120-121 CP). Sobre aquest últim, són: (a) pares o tutors (danys causats pels seus fulls o pupils, sempre que hi hagi convivència), (b) titulars de mitjans de difusió, (c) titulars d'establiments, (d) persones naturals o jurídiques dedicades a quelasevol tipus d'indústria o comerç, pels delictes comesos pels seus treballadors, (e) propietaris de vehicles susceptibles de crear un risc per a tercers, (f) còmplices respecte els autors, (g) Estat i altres AAPP respecte delictes comesos per funcionaris i àdhuc personal contractat. 

COMPETÈNCIA: si el tribunal penal no imposa una pena, s'obre la porta a la jurisdicció civil. L'absolució penal, tanmateix, no impedeix al tribunal penal fixar les responsabilitats civils. Els tribunals civils sempre podran ser competents davants casos com amnistia, indult, prescripció, sobreseïment i rebel·lió. El límit: els fets probats pel jutge penal vinculen el jutge civil (STC 62/84 "repugna a los más elementales criteris de la razón jurídica aceptar la firmeza de distintas resoluciones jurídicas en virtud de las cuales resulta que unos mismos hechos ocurrieron y no ocurrieron, o que una mismo persona fue su autor y no lo fue").

Art. 113: no esmenta ja als hereus, sinó que es refereix a aquells als quals es causa un perjudici, arran la mort d'una persona. Aquests tenen legitimació activa. 

Prescripció: de les acciones de responsabilitat civil derivada de delicte o falta: 15 anys (1964 CC). Les excepcions són la injúria i la calúmnia, del 1968.2 CC, que és d'un any, com la resta de responsabilitats civils. Ara bé, en una causa criminal en què a la fi no s'estima responsabilitat penal, es té 1 any per reclamar civilment des que finalitzà el procediment.  


IV


RESPONSABILITAT PER ACTE PROPI: (a) acció o omissió voluntària (un no fer, o un no fer havent de fer). Remet a la negligència. La regla general: hi ha omissió quan existeix abstenció, independentment que hi hagi contradicció o no a una norma prèvia imposada. Hi ha la necessitat ineludible que el fet pugui ser imputat culpabilísticament a l'eventual responsable, la qual cosa no vol dir que, per ser intencional, hagi de ser plenament conscient. Si és dol o culpa, resulta indiferent. 

Conducta negligent és la poc previsora. Cal ponderar en cada cas les circumstàncies que concorren. Es pensa en "el buen padre de familia" (1104.2 CC). "Sin caer en la responsabilidad por el mero resultado, puede sostenerse una negligencia sin una conducta antijurídica, basada en un nuevo principio de responsabilidad por riesgo o sin culpa que responde a exigencias de nuestro tiempo" (STS 5-12-95). Augmentant el nivell d'objectivitat, també serà exigible més diligència. Es faran doncs judicis de previsibilitat i evitabilitat. De fet, el criteri de definició de la diligència es vincula al de previsibilitat, respecte, aquí, un resultat damnós. Una diligència que serà la de la mitjana, o superior, segons quin sigui el cas. Els graus de culpa resulten irrellevants. 

Les mesures de seguretat (compliment de reglaments, etc) no exoneren, com reiteradament ha dit la jurisprudència. 

El demandant provarà que concorre culpa del demandat, mentre aquest útil que actuà diligentment. Sobre l'extrem, art. 217.6 LEC: facilitat i disponibilitat probatòria. Llevat que no es demostri la diligència, hi haurà obligació d'indemnitzar. 

(b) que s'hagi produït un dany, 

(c) que el dany sigui conseqüència de la conducta, o nexe causal.

(d) criteri d'imputació (subjectiu o objectiu). El 1902 CC es basa en el sistema la culpa. El concepte de CULPA és indefinit. Per això, es tendeix cap a l'objectivització de la responsabilitat, per suavitzar el rigor de l'exigència de la negligència. Però des del 2005, es torna a la idea rigorosa de la culpa. El que ha evolucionat jurisprudencialment és LA SEVA PROVA. La prova ara no es basa en la culpa o en l'absència de culpa, sinó en el nexe causal entre agent i culpa. HI HA UN DESPLAÇAMENT DE LA CULPA AL NEXE CAUSAL. 

Exclusió de la responsabilitat: (A) cas fortuït (imprevisible) o força major (inevitable), que pot afectar només "una part", o sigui excloure només parcialment la responsabilitat, i (B) ús legítim del propi dret (no abús de dret) -fins ara, dualitat de règims entre 1902 i 7.2, perquè l'abús de dret abans era descrit a través del 1902 CC. I (C) menors d'edat (pot ser imputable subjectivament si es té la maduresa suficient, si pot entendre els efectes dels seus actes), (D) incapaços (la derogació del 32.2 CC deixa sense cobertura legal l'obligació d'indemnitzar dels incapaços, sobre el seu patrimoni), respondrà el tutor, (E) persones jurídiques (òrgans de direcció), que inclou associacions, fundacions, societats professionals, societats col·lectives, societats mercantils (ordenat empresari), etc.


V


CULPA PROFESSIONAL: normalment qualificada com contractual. Encara que no sigui obligatori, la majoria de professionals concerten una assegurança de responsabilitat civil. 

PROFESSIONS SANITÀRIES: distingir entre sanitat pública i privada, perquè en la segona es pot tractar de responsabilitat d'un empresari o condemanat per incompliment contractual. Entre pacient i metge hi ha un concurs d'accions. En la sanitat pública: jurisdicció cont-adm.

Obligació de mitjans (salvant excepcions), tot i que la STS 27/9/2010 vol evitar-la (La distinción entre obligación de medios y de resultados no es posible mantener en el ejercicio de la actividad médica, salvo que el resultado se pacte o se garantice, incluso en los supuestos más próximos a la llamada medicina voluntaria que a la necesaria o asistencial, cuyas diferencias tampoco aparecen muy claras en los hechos, sobre todo a partir de la asunción del derecho a la salud como una condición de bienestar en sus aspectos, psíquicos y social, y no sólo físico (SSTS 30 de junio y 20 de noviembre 2009). Obligación del médico es poner a disposición del paciente los medios adecuados, y en especial ofrecerle la información necesaria, en los términos que exige la Ley 14/1986, de 25 de abril, General de Sanidad, vigente en el momento de los hechos, teniendo en cuenta que los médicos actúan sobre personas, con o sin alteraciones de la salud, y que la intervención médica está sujeta, como todas, al componente aleatorio propio de la misma, por lo que los riesgos o complicaciones que se pueden derivar de las distintas técnicas de cirugía utilizadas, especialmente la estética, son los mismos que los que resultan de cualquier otro tipo de cirugía: hemorragias, infecciones, cicatrización patológica o problemas con la anestesia, etc. Lo contrario supone poner a cargo del médico una responsabilidad de naturaleza objetiva en cuanto se le responsabiliza exclusivamente por el resultado alcanzado en la realización del acto médico, equiparando el daño al resultado no querido ni esperado, ni menos aun garantizado, por esta intervención, al margen de cualquier valoración sobre culpabilidad y relación de causalidad, que, en definitiva, le impediría demostrar la existencia de una actitud médica perfectamente ajustada a la lex artis). La responsabilitat és objectiva, via 148 RDLeg 1/07. Criteri: lex artis ad hoc (centre de gravetat, que es basa en el diagnòstic i pràctica de proves adreçades a demostrar o desdir una hipòtesi inicial, atenent a l'estat de la ciència en aquell moment). Importància del consentiment informat -informació com a requisit previ per validar el consentiment- (sense que, in se, la manca d'informació generi responsabilitat, però ho serà si impedeix prendre una decisió, com casos de wrongful birth). El compliment del protocol guia l'actuació: si el tractament és un dels possibles, no podrà en principi haver-hi responsabilitat. Caldrà veure si un altre metge hagués comès el mateix error o no. 

Del resultat anòmal o desproporcionat se'n presumeix la negligència (res ipsa loquitur).

PROFESSIONS JURÍDIQUES: el comportament d'un advocat es considera d'imperícia si no compte amb un nivell de coneixement dels preceptes legals i de la jurisprudència que els interpreta que resulta imprescindible per poder reclamar davant dels tribunals (STS 8/3/03). També procuradors, notaris i Registradors (18 LH). La reclamació més freqüent és la de no presentació d'un acte processal en temps i forma, en relació a la pèrdua d'oportunitat o dany moral. Cal tenir en compte -no és pacífic si cal tenir-ho en compte- la possibilitat d'èxit del recurs frustrat: no tota pèrdua d'oportunitat genera obligació d'indemnitzar. Si el dany és hipotètic, hi ha una raonable certesa de la impossibilitat del resultat, no serà indemnitzable. 

AUDITORS DE COMPTES: RD 1/2011, del TR de la LAC. El dany podrà causar-se tan a l'entitat auditada com a  un tercer. Respondran, davant de tercer, tan l'auditor com la societat auditada. Aquesta acció prescriu als 4 anys. La responsabilitat és exigible de forma proporcional. 

u.s.w.

diumenge, 27 de gener de 2013

PABLO LLARENA CONDE, president de l'A.P.M.


No corresponde a los Jueces y Magistrados la labor legislativa, ni definir tampoco la política del gobierno en materia de Justicia. Debo reconocer además que los Jueces carecemos de gran parte de la perspectiva que debe contemplarse para lograr una propuesta legislativa equilibrada. Los tribunales no analizamos la repercusión económica que tendría generalizar una decisión individual a un determinado sector productivo del país; no contemplamos la imposibilidad presupuestaria que entraña extender determinadas prestaciones a casos distintos de los contemplados por la norma. Tampoco contemplamos los Tribunales el comportamiento de la balanza de pagos del país, ni cual es la actuación por la que hay que proteger singularmente a un determinado sector económico. Así pues, a nuestra convicción se le escapan muchos parámetros que no tienen incidencia en el proceso judicial, pero que sí fueron determinantes en la norma jurídica que se dictó y esa es la razón de que una y otra función deban estar claramente separadas.
No obstante, y aún reconociendo las anteriores limitaciones, los Jueces conocemos mejor que nadie las dificultades de aplicación de las disposiciones legales y los problemas de operatividad del derecho. Además, tenemos el encargo constitucional, no sólo de aplicar la norma jurídica al caso concreto, sino de garantizar que los ciudadanos obtengan una efectiva tutela de los derechos reconocidos por la ley.

Por esto, aunque la opinión de los Jueces no pueda ser determinante de la Ley, sí aporta una valiosa visión para el proceso de creación legislativa. No olvido que el Consejo General del Poder Judicial debe informar cualquier Anteproyecto de Ley que nos afecte, pero resulta igualmente oportuno pulsar el criterio técnico de los Jueces en el proceso de definición inicial de la normas procesales y de todas aquellas otras leyes que pueden afectar al ejercicio de la función jurisdiccional. Las Asociaciones Judiciales somos un vehículo privilegiado para esta prospección, pues recogemos la consideración de amplios sectores del Poder Judicial y facilitamos así su consideración normativa. Las Asociaciones de Jueces no pueden atender únicamente a intereses corporativos (tal y como se fija para los sindicatos en el artículo 7 de la CE), sino que además debemos considerar el interés público encomendado a los miembros de la Carrera Judicial como únicos ostentadores del Poder Judicial del Estado.
En todo caso, la preocupación de las Asociaciones Judiciales por el interés general no debe manifestarse sólo en una colaboración normativa que entiendo lógica. El desvelo de las Asociaciones Judiciales por lograr un mejor funcionamiento de la Administración de Justicia y una mejor actuación del Poder Judicial, debe plasmarse con especial ahínco en lo que nos resulta más propio y cercano, esto es, debemos asumir protagonismo para impulsar una inquietud de mejora en el seno del propio Poder Judicial.
Decía esta mañana que los ciudadanos reconocen en los Jueces a los mejores garantes para obtener aquello a lo que tienen derecho, lo que supone creer francamente en nuestra rectitud y saber que el Estado está obligado a prestar toda su fuerza para que se acate y ejecute nuestra convicción por encima de cualquier otra opinión o interés.
Respecto a la excelencia o calidad de la decisión judicial, la Asociación debe seguir promoviendo un Juez con un profundo conocimiento del ordenamiento jurídico, así como un Juez con una convencida actitud de respeto a la voluntad del legislador. Ambas cuestiones aseguran que los derechos de los ciudadanos se ejercerán desde la partitura dada por la soberanía popular y no desde particulares concepciones del Juzgador.
Otro elemento que determina el grado de satisfacción para con la actuación del Poder Judicial es el de la celeridad de la Administración de Justicia.

Terminaré hablando del tercero de los elementos que influye en la percepción que tienen los ciudadanos de la Justicia. Me estoy refiriendo a la despolitización o neutralidad del Poder Judicial.
Recientemente se ha presentado el anteproyecto de ley para la reforma del Consejo General del Poder Judicial. Obviamente existen múltiples posicionamientos al respecto y es perfectamente lógico que haya una opción política que entienda justificado modificar determinados aspectos del régimen de funcionamiento del Consejo General del Poder Judicial. Ni es la primera vez que se hace, ni será la última.
No obstante, sin que se confunda la discrepancia con el enfrentamiento, me duele decir que existen elementos en ese anteproyecto en los que ya se aprecian riesgos de poderse perjudicar al gobierno del Poder Judicial y a la protección de su independencia.


divendres, 25 de gener de 2013

Morosologia


La morosidad es un mal endémico en España agravada coyunturalmente por la grave crisis que atraviesa Europa y la recesión económica que sufrimos en la actualidad. Mi hipótesis es que existen tres ingredientes principales para propiciar la morosidad: en primer lugar existe un Derecho "in favor debitoris", es decir demasiado tolerante con los morosos.

En segundo lugar, el comportamiento de un determinado tipo de individuos que a la hora de pagar sus deudas dejan mucho que desear. Estos "chupópteros financieros" han hecho de la morosidad una ocupación muy lucrativa: el oficio de "moroso profesional". En tercer lugar, la sociedad es excesivamente permisiva con los morosos y ha hecho la vista gorda ante sus desmanes e incluso les ha brindado siempre un cierto amparo.

De entrada, para hacer un análisis del deudor y averiguar su tipología, simplemente hay que plantearse seis preguntas clave: ¿Quiere pagar el deudor? ¿Puede pagar el deudor? ¿Sabe el deudor que tiene que pagar? ¿Es de buena fe el deudor? ¿Tiene el deudor una razón objetiva para no pagar? ¿Tiene el deudor una motivación subjetiva para no pagar?

Las leyes difícilmente pueden combatir al moroso profesional ya que la actuación de estos individuos no sólo es un incumplimiento de sus obligaciones de pago, sino que muchas veces constituye un auténtico fraude. No obstante, el actual Código Penal no considera la conducta del moroso profesional como delito por no estar claramente tipificada como tal.

En otro orden de cosas, otra norma que hay que cambiar es el plazo de prescripción para satisfacer el pago de los alquileres y arrendamientos de fincas rústicas o urbanas ya que este plazo es de solo cinco años frente al plazo de prescripción con general de 15 años. Por lo que con un plazo de solo cinco años hay un agravio comparativo para el acreedor respecto al resto de obligaciones de pago.

En España existe una legislación muy garantista para proteger los datos del ciudadano y unas normas y mecanismos sancionadores muy rigurosos para los ficheros de morosos. Este tipo de registros de morosidad denominados legalmente "ficheros de información de solvencia patrimonial y crédito" quedan regulados no sólo en el artículo 29 de la Ley Orgánica de Protección de Datos de Carácter Personal, sino que además vienen complementadas por los artículos 37 al 44 del Real Decreto 1720/2007, de 21 de diciembre.

En apoyo de la afirmación que he hecho sobre que la legislación española de protección de datos es excesivamente garantista y favorece al moroso, tenemos como datos objetivos que ya existen varias resoluciones del Tribunal de Justicia de la Unión Europea (TJUE) y también varias sentencias del Tribunal Supremo que han anulado diversos artículos del RLOPD.

Pere Brachfield 9.10.12

T.S./T.C.

In "La identidad constitucional del T.S." per José Manuel Bandrés, magistrat del T.S.

El T.S. és la institució judicial garant del principi de legalitat i de la democràcia jurídica. Encara el principi de juridicitat de l'Estat. La jurisprudència (doctrina legal, factor clau de la transformació del dret) es compromet amb una interpretació uniforme que assegura el principi d'igualtat. Formalitza en l'ordre jurisdiccional el principi de separació de poders. És el T.S. el màxim responsable de la visibilitat i plenitud del principi d'unitat jurisdiccional (117.5 CE). Vid. STC 37/12 i art. 100.7 LJCA. El T.S. és suprem en tot, salvat cert àmbit, no pas tot, de garanties constitucionals. 

dijous, 24 de gener de 2013

La Declaració del Parlament de la Generalitat del 23-1-13

Els principis del dret són font de tot l'ordenament jurídic. S'apliquen, tanmateix, en defecte de Llei i reglament, primer, i costum, de l'altre.

1. La mateixa analogia iuris, per exemple, és un principi del dret que informa aquells àmbits que no estan expressament regulats, per la qual cosa, atenent a un supòsit on escaigui i complint els requisits exigits, adquirirà tarannà substantiu. 

La Declaració d'ahir va ser retòrica, diu García-Margallo, i per això no podrà ser recorreguda davant del Tribunal Constitucional. És cert, però no tot allò que no és llei és retòrica. Els principis generals, fóra absurd impugnar-los davant d'un Tribunal. Desdir-los no quedaria pas clar què vol dir. La Declaració té, nogensmenys, caràcter de principi del dret, ara reconegut, amb força d'una majoria suficient. 

Que després de la revolució egípcia de Plaça Tahrir hi hagués una Constitució, signada amb el segell dels Germans Musulmans, incorporant-hi els principis generals de l'Ismal, la Xària (dret religiós islàmic), gairebé esclata una altra revolució que torna a canviar-ho tot. Ningú no hauria dit que Egipte està essent retòric per assumir la Xària. No resultava indiferent entre els estrats del poble. El Parlament de Catalunya tampoc no fou retòric ahir.

2. Respecte els costums passa el mateix. Sembla que quelcom no sempre escrit (si fos escrit i sancionat, esdevindria llei) no pot tenir força. Passa el contrari: al món regeixen els usos del comerç, la lex mercatòria. Em remeto a hemeroteques. Els usos processals dels jutges, davant l'atipicitat, davant casos no expressis verbis previstos pel legislador, tenen més realitat que no pas la lletra morta.

Els costums de molta gent d'aquest país, així com des d'ahir els principis, tenen una altra velocitat. Aquesta velocitat és merament coordinació entre què vol molta gent i què fa el polític i legislador.

dijous, 17 de gener de 2013

Incipit 2013: Ap. 20.5


I.

Un dels trets dels nostres temps rau en l'entrada radical de l'opinió pública en àmbits que fins ara eren reservats a experts sectorials. Un conjunt complex i inestable de conceptes, desconeguts fins fa molts pocs anys, han estat transvasats a la premsa i altres mitjans de comunicació, potser per mà d'aquells no més preparats, i tothom s'hi ha trobat. La realitat intangible del dèficit, de la prima de risc, de l'ofici i fer del B.C.E., de les agències de rating, etc. ha passar a formar part de gran patrimoni comú de les conserveses lleugeres d'ateneu i cafeteria. 

El transvàs no ha arribat, probablement, a les definicions d'aquests conceptes, ni al seu sentit, perquè és difícil. I aleshores topem diàriament amb aquest escenari: el ciutadà mitjà -diguem-ne- sap que "existeix" una realitat el sentit profund de la qual "ignora", però sap que aquest "existent ignorat" determina molt i molt pregonament el món on viu; que abans també, però aleshores no sabia ni que ho ignorava, ja que no sabia que existia; i aleshores, més enllà de la poca influència efectiva dels grans factors en les coses de la vida de la gent senzilla, el que es genera és immens desconhort, desconfiança, desconcert, ataràxia. 

II.

Ara bé, no és pas culpa del ciutadà mitjà. Dirà què opina sobre l'euro per recepta, sobre què cal fer amb el deute públic i quines són les conseqüències d'impagar-lo, sobre com arreglaria aquí i allà el Codi Penal, Civil i de Comerç, sobre com arranjaria l'estructura impositiva, sobre com resoldria tots els desnonaments, preferents, swaps emesos per Lehman Brothers i, sobre, en fi, tots i cadascun dels problemes fàctics i invisibles de la política, l'economia, el dret i vés-a-saber què més. 

La culpa, si es pot parlar en aquests termes, és principalment de les institucions. Una part del poder mundial -no discuteixo aquí quina part, si la grossa o la petita- és controlada per persones que no exerceixen càrrecs públics, o per persones jurídiques privades. El secret dels seus comptes, dellà el que inscrigui al Registre Mercantil, és total. La base de l'èxit del seu negoci, el know how, és per definició confidencial. El seu pla de desenvolupament és matèria reservada. I tota una sèrie de matèries en les quals, per la tradició literal (que en aquest punt sí és estrictament liberal), no han de retre comptes al gran públic, ni publicar què fan ni com exerceixen aquell gran poder. Aquí ja hi ha, doncs, una part del món que no podem conèixer, sinó únicament especular, imaginar, difuminar. 

Amb independència d'aquella línia poc clara que separa persones jurídiques privades i públiques, que presuposa que les segones poden imposar a les primeres majors deures de transparència, deures d'informació, etc., com no passa en tants sectors, sense entrar en aquesta guerra (que és un pur desideràtum), les institucions autoerigides en públiques tampoc no representen la figura ubèrrima de la claredat. Sí que tenen normes de transparència, deures d'informació escruposoloso. Deu ser que, no tenen poder i per això, conèixer-ne tot, sobre aquestes, no és prou aclaridor. Deu ser que el coneixement del que és públic i transparent ens deixa insatisfets perquè sols desenterboleixen una part massa petita del funcionament del tot.

III.

La corrupció política, ara i abans tant de moda, ben pot ser que sigui perquè ara s'investiga més, o bé perquè hi ha realment una tendència a delinquir entre la casta política. No crec que sigui ni una cosa ni l'altra: l'interès del públic mitjà se centra en la corrupció política i els mitjans en fan de caixa de ressonància. Resulta, tanmateix, evidentíssim que els delictes són altres, comesos per altres. 

La idea base (els polítics són tots uns corruptes: veiem com són imputats, jutjats, empresonats), arriba a ser coneguda a través d'un món que és com és (a partir de mitjans de comunicació públics hem arribat a assabentar-nos-en), la qual cosa topa amb una altra idea ben difosa (els polítics mai no van a la presó, mai no són perseguits, mai no seran enxampats). 

O una altra: la idea incontrovertible (la prioritat és la crisi, perquè és el problema més greu) deu remetre per força a què (la gestió de la crisi és el que ha de preocupar, principalment o fins i tot en exclusiva, als governants) i, amb iguals o més adhesions, hi ha una altra idea generalitzada (la crisi es gestiona malament). Amb la unió dels dos imponderables (la crisi és un element de gestió absolut, d'una banda, i la crisi s'està gestionant de la pitjor manera possible) arribem a "cap solució". I, tanmateix, quan es proposa una idea activa (sobirania com a part fonamental d'una possible solució), s'addueix novellament que la crisi, encara que unívocament estigui mal gestionada, és un absolut que no admet intromissions, debats que divergeixin del que se suposa que, directament, és gestió de la crisi (quan la sobirania ben podria ser vista com una forma de gestió de la crisi). 

Contradiccions d'aquesta mena n'hi ha moltes i en totes conflueix l'element d'estructuralitat. No és culpa del ciutadà, això és segur. Ara bé, el risc no és que estiguem sota domini de la medriocritat i que anem cap a la mediocritat, sinó que, en un esquema de fets i pensament com aquest, l'excel·lència no només és difícil, sinó potser dissortadament impossible de ser acceptada per ningú. El govern malèfic que fa a la seva imatge i semblança un poble, que vol dir que el poble esdevingui vil, significa que aquest no tolerarà ni el bé ni la veritat, ni la seva salvació ni alliberament, no només del propi govern, sinó tampoc de la pròpia maldat.



Usura jurídica (II)




ATS cuatro de Diciembre de dos mil doce (Seijas Quintana)

El tribunal de apelación tras la valoración de la prueba practicada en las actuaciones, considera que resulta evidente que la forma en la que se ha plasmado el préstamo objeto del litigio constituye un fraude de ley, puesto que se pretende eludir la aplicación de la Ley de la Usura y estima de aplicación ley de represión de la usura, puesto que ha quedado acreditado que la parte demandante, ahora recurrida, se hallaba ante dificultades económicas, así como que en el préstamo concertado se pactó un interés remuneratorio anual del 20%, por tanto superior al del dinero, y al de los préstamos garantizados con hipoteca que no alcanzaban el 5% y se hizo constar como cantidad recibida una suma muy superior ala realmente recibida y considerándose como tal los propios intereses remuneratorios.

STS a once de Octubre de dos mil doce (Marchena Gómez)

En la STS 907/2010, 20 de octubre , confirmando el pronunciamiento absolutorio en la instancia, decíamos que "... es indudable que los contratos celebrados entre los querellantes y los acusados tienen rasgos usurarios, como bien lo apunta el Fiscal. Pero no lo es menos que la usura no está prevista como delito penal y que los casos de usura no se subsumen por sí mismos bajo el tipo penal de la estafa, como tampoco se subsume bajo este tipo penal el incumplimiento de obligaciones contractuales ".

Esta Sala discrepa de la consideración de la letra de cambio puesta en circulación por los acusados como una letra de favor. Pero, aun en la hipótesis de que aceptáramos el argumento del recurrente, la existencia de una letra concebida como un simple instrumento de financiación bancaria, tampoco haría surgir los delitos de estafa y falsedad por los que el recurrente formuló acusación. Basta recordar al respecto lo que la jurisprudencia de esta Sala -anotada por el Fiscal- ha venido sosteniendo en relación con el tratamiento jurídico de esos títulos valores que no responden a un verdadero negocio jurídico causal, sino que son concebidos como meros instrumentos de financiación mediante el descuento bancario. En efecto, en la STS 123/2007, 20 de febrero, recordábamos que "...en principio, la emisión de una letra de favor no es una acción delictiva, ni el hecho de que el efecto cambiario no esté relacionado con un concreto negocio jurídico del que sea consecuencia, criminaliza dicha acción, toda vez que este tipo de documentos es frecuentemente utilizado en el tráfico mercantil como instrumento para obtener la inmediata liquidez que se necesita en un momento dado. La acción será ilícita cuando la emisión del efecto se realice con la conciencia de que al llegar el vencimiento, la letra no será abonada por el librado o el aceptante, convirtiéndose entonces el documento en el mecanismo engañoso y falaz para obtener el descuento del importe que figura en el mismo y defraudando en esa cantidad al banco que descuenta el efecto. Esa malicia o ánimo defraudatorio en el uso de una letra de cambio de favor, será manifiesta en los casos en los que el documento haya sido falsificado suponiendo la intervención en el mismo de personas que no lo han hecho, sobre todo el de aquélla (aceptante) sobre el que recae la obligación de atender el cumplimiento de la obligación de pago. Pero también, como se dice, cuando no existiendo falsificación, las personas realmente intervinientes que figuran en el documento, actúan con el conocimiento y voluntad de que, llegado el momento de satisfacer el pago por la letra previamente descontada éste no tendrá lugar.
En esta cuestión, la doctrina de esta Sala Segunda tiene declarado que «la jurisprudencia más moderna ha excluido de la tipicidad los supuestos de las llamadas «letras de cambio de favor o vacías», pues, al menos desde la entrada en vigor de los arts. 1 , 49 y 57 de la Ley 19/1985 , toda letra de cambio por sí misma y sin más obliga a los firmantes de la misma como librador, aceptante o endosante. Es evidente que quien descuenta ante un banco una letra de cambio, por lo tanto, no engaña a la institución de crédito, pues con la presentación de la letra no se afirma la existencia de ningún negocio jurídico distinto del negocio cambiario» (véase STS de 28 de febrero de 2003 )".

STS, a dieciocho de Junio de dos mil doce (casacional, Xiol Ríos)

En esta delimitación conviene sentar, desde el principio, que el juego concurrencial de la Ley de represión de la usura con la normativa sobre protección de consumidores, principalmente referida a la ley general de defensa de consumidores y usuarios, ya en su versión original, de 19 de julio de 1984, o actual en su texto refundido, Real Decreto legislativo 1/2007, de 16 de noviembre, como a ley de condiciones generales de la contratación, de 13 de abril de 1998, no plantea ninguna cuestión de incompatibilidad tanto conceptual como material; se trata de controles de distinta configuración y alcance con ámbitos de aplicación propios y diferenciables. En parecidos términos, aunque cada normativa en su contexto, también hay que señalar que la aplicación de estos controles no alcanza o afecta al principio de libertad de precios, o a su proyección respecto de la libertad del pacto de tipos de interés ya que su determinación se remite a los mecanismos del mercado y a su respectiva competencia.
En esta línea, la ley de represión de la usura se encuadra dentro del esquema liberal de nuestro Código Civil que sienta la base del sistema económico sobre el libre intercambio de bienes y servicios y la determinación de su respectivo precio o remuneración en orden a la autonomía privada de las partes contratantes, "pacta sunt servanda". De esta forma, artículo 1293 , el Código subraya la derogación de la legislación Antigua sobre la materia, caso de Partidas que admitía, al compás de nuestro Derecho histórico, la rescisión por lesión en la compraventa, proscribiéndose toda suerte de rescisión por lesión que afectase al tráfico patrimonial. De ahí, entre otros extremos, su referencia expresa al "contrato", no considerando como tal la partición de la herencia cuya rescisión por lesión quedó permitida en el seno del artículo 1074 del Código.
La libertad de precios, según lo acordado por las partes, se impone como una pieza maestra de la doctrina liberal en materia de contratos ( SSTS 9 de abril 1947 , RJ 1947, 898, 26 de octubre de 1965 , RJ 1965, 4468, 29 de diciembre 1971, RJ 1971, 5449 y 20 de julio 1993 , RJ 1993, 6166).
De este modo, el control que se establece a través de la ley de represión de la usura no viene a alterar ni el principio de libertad de precios, ni tampoco la configuración tradicional de los contratos, pues dicho control, como expresión o plasmación de los controles generales o límites del artículo 1255, se particulariza como sanción a un abuso inmoral, especialmente grave o reprochable, que explota una determinada situación subjetiva de la contratación, los denominados préstamos usurarios o leoninos.
Por otra parte, en el Derecho de los consumidores, informado desde nuestro texto Constitucional, artículo 51 CE , así como por los Tratados y numerosas Directivas de la Unión Europea, tampoco puede afirmarse que, pese a su función tuitiva, se altere o modifique el principio de libertad de precios. Baste recordar al respecto que la Ley de condiciones generales de la contratación tuvo por objeto la transposición de la Directiva 93/13/CEE, del Consejo, de 5 de abril de 1993, sobre cláusulas abusivas en los contratos con consumidores, así como la regulación de las condiciones generales de la contratación, cuyo artículo 4.2 excluía expresamente del control de contenido de las cláusulas abusivas tanto la definición del objeto principal del contrato como la adecuación con el precio pactado, siempre que se definieran de manera clara y comprensible.
De esta forma, en la modificación de la antigua ley general de defensa de consumidores de 1984, por la aportación del nuevo artículo 10, en su número primero, apartado -C -, se sustituyó la expresión amplia de "justo equilibrio de las contraprestaciones" por "desequilibrio importante de los derechos y obligaciones", en línea de lo dispuesto por la Directiva a la hora de limitar el control de contenido que podía llevarse a cabo en orden al posible carácter abusivo de la cláusula, de ahí que pueda afirmarse que no se da un control de precios, ni del equilibrio de las prestaciones propiamente dicho.
No obstante, aunque ambas normativas materialmente no afecten a la libertad de precios, su diferenciación en este campo axiológico resulta clara. Así, frente al particularismo ya enunciado de la ley de reprensión de la usura, el desarrollo de la normativa de consumo responde a una finalidad de práctica legislativa definida programáticamente en el texto Constitucional que incorpora, además del reforzamiento del principio de libertad contractual, unas claras finalidades de la Unión Europea en orden a fomentar el consumo y la competencia dentro del mercado único.

Argumentatiu de l'advocat de la Generalitat del País Valencià


STSJCV 11/12/12, FJ.5.d.

El letrado de la Generalitat dice que: "si hay demandas en valenciano que no son atendidas es práctica habitual que no se amplíen los programas en valenciano, sino que se deriva al alumnado a otros centros con la línea pretendida, pero permitiendo y manteniendo la línea en castellano, buscando el equilibrio en la oferta" (página 6ª, escrito de contestación a la demanda). "No hay que olvidar que estos centros concertados se están beneficiando de un concierto educativo del que no pueden escapar y cuanto menos olvidar que cuando la Administración autoriza un concierto educativo tiene en cuenta la demanda existente y particularmente que no haya centro público que pueda atender las necesidades educativas que se demandan" (páginas 7ª, contestación a la demanda). Sin embargo, la defensa en juicio de la Generalitat Valenciana no se remite a ningún documento que exhiba la veraz (y no simplemente alegada) coincidencia entre lo que se dice y la realidad existente.
De hecho, esta parte procesal, y ante la orfandad de la que adolece la resolución de 21 abril 2004 -la misma no contiene más que doce líneas en la que no se encuentran referencias específicas atenidas a la solicitud de 31 marzo 2009- podría haber puesto en manos del tribunal información acerca de cuáles son los criterios genéricos que se visualizan y toma en consideración por la Conselleria de Educación a la hora de acceder o no a una solicitud de aplicación del Programa de Enseñanza en Valenciano; el cómo éstos tienen virtualidad en la controversia y en qué medida permitirían el rechazo de la petición de 31/03/2009. 
Nada se conoce, en cambio, sobre cuál es la actuación seguida en otros supuestos.

[...] 

Fallo, 3r: Establecer que la Dirección General de Ordenación y Centros Docentes, Conselleria de Educación, ha de dictar en el término máximo de un mes -a contar desde la fecha en que se comunique la sentencia a la representación procesal de la Generalitat en los autos 954/2010- una resolución por medio de la que apruebe la aplicación del Programa de Enseñanza en Valenciano que el 31 de marzo de 2009 presentó el colegio concertado San Cristòfor Màrtir de Picassent.

dimecres, 16 de gener de 2013

El bastiment de la crisi per Aznar i Rato: fragments de les Exposicions de Motius de dues Lleis


Ley 37/1998, de 16 de noviembre, de reforma de la Ley 24/1988, de 28 de julio, del Mercado de Valores

Transcurridos más de diez años desde la promulgación de la Ley 24/1988, de 28 de julio, del Mercado de Valores, dicha norma, expresión de una de las reformas más importantes experimentadas por nuestros mercados de valores, debe ser modificada para transponer al ordenamiento interno la Directiva 93/22/CEE, de 10 de mayo de 1993, relativa a los servicios de inversión en el ámbito de los valores negociables, la cual ha sido modificada con posterioridad por la Directiva 95/26/CE del Parlamento Europeo y del Consejo, de 29 de junio de 1995. Asimismo, se aprovecha el texto para incorporar, igualmente, a nuestro ordenamiento interno la Directiva 97/9/CE del Parlamento Europeo y del Consejo, relativa a los sistemas de indemnización de los inversores.

Para conseguir dicha meta, la Directiva de Servicios de Inversión, a similitud de la segunda Directiva de Coordinación Bancaria, introduce el principio del «pasaporte comunitario» o «licencia única». En su virtud, una «empresa de servicios de inversión», al amparo de la autorización concedida por el Estado de su sede social, puede prestar servicios de inversión y actividades complementarias en el resto de la Unión, tanto estableciéndose en otros Estados mediante sucursal, como ofreciendo en ellos sus servicios.

En consonancia con la equiparación estatutaria entre empresas de servicios de inversión y entidades de crédito, que preconiza la Directiva de Servicios de Inversión, comprende una nueva regulación de las denominadas «Empresas de servicios de inversión». En los términos anteriores, las cualidades que definen a aquéllas son su consideración de entidad financiera, y, en segundo lugar, la prestación de servicios de inversión con carácter profesional a terceros.

En este mismo orden de materias, las entidades de crédito resultan equiparadas a las empresas de servicios de inversión en cuanto a su capacidad para operar en los mercados, rompiendo con las murallas que se estipularon, especialmente para el mercado bursátil, en el año 1988.

Ley 44/2002, de 22 de noviembre, de Medidas de Reforma del Sistema Financiero

No es posible analizar el desarrollo de la industria financiera española al margen del proceso de integración comunitaria

Estas consideraciones no hacen sino subrayar la realidad de que la competitividad de un sistema financiero en la Unión Económica y Monetaria no depende sólo de los esfuerzos de las industrias nacionales, sino que está en gran parte condicionada por los ordenamientos nacionales. Un país que opte por una normativa excesivamente rígida ve escapar el negocio financiero de sus fronteras, lo cual conlleva muy negativas consecuencias: a) sobre el crecimiento y la creación de empleo, puesto que gran parte de actividades de alto valor añadido se desplazan a otras economías ; b) sobre los recursos públicos, por idénticas razones, y c) sobre la protección de los consumidores, puesto que los supervisores nacionales tienen dificultades para controlar que los servicios prestados a inversores españoles desde otras jurisdicciones cumplan la normativa española de transparencia y nuestras normas de conducta.

El factor de competitividad que aporta la normativa nacional adquirirá aún mayor peso, en la medida en que se profundice en el proceso de integración de los mercados financieros de la Unión Europea

la aceleración en el proceso de integración financiera, así como la necesidad de aumentar la eficiencia y la competitividad del sistema financiero español, respondiendo al reto exterior y favoreciendo la canalización del ahorro hacia la economía real, todo ello sin originar una desprotección de los clientes de los servicios financieros, explica gran parte de los objetivos y contenidos de esta Ley.

Persigue mejorar las condiciones de financiación de las PYME. Para ello amplía la posibilidad de que éstas se financien a través del »factoring», al permitir la cesión en masa de sus carteras frente a las Administraciones públicas. Por otro lado, se permite a las entidades (generalmente de crédito) aumentar la proporción de las carteras hipotecarias que pueden ceder a fondos de titulización de activos a través de la figura de la participación hipotecaria, la cual en este caso se emitirá y comercializará con la denominación de »certificado de participación hipotecaria».

Se especifican medidas preventivas de organización de las entidades que presten servicios en los mercados de valores, de forma que se impida la filtración de información entre las distintas áreas de una entidad o entre entidades de un mismo grupo (»murallas chinas»). Las anteriores obligaciones de actuación con transparencia se extienden a los directivos, administradores y empleados. A todos ellos se les prohíbe también el desarrollo de prácticas dirigidas a falsear la libre formación de los precios en el mercado de valores, es decir, la manipulación de cotizaciones.

diumenge, 9 de desembre de 2012

Matrimoni homosexual: no és inconstitucional


STC 198/2012

FJ 11. Así pues, para determinar si la reforma objeto de este recurso vulnera el derecho a contraer matrimonio, ha de partirse de la certeza de que la misma ha introducido importantes matices respecto del derecho constitucional [...] No estamos, pues ante una cuestión relativa a la ampliación del elenco de titulares del derecho individual, sino ante una modificación de las formas de su ejercicio. Por tanto, es preciso determinar si la citada modificación supone un ataque al contenido esencial del derecho fundamental.
[...] La imagen del matrimonio como institución, esto es la garantía institucional del matrimonio, coincide substancialmente con la dimensión objetiva del derecho constitucional al matrimonio, puesto que ambas nociones, contenido esencial y garantía institucional, se solapan al definir el matrimonio, aunque dogmáticamente su naturaleza sea diferente. Por eso, una vez establecido que la garantía institucional del matrimonio permanece intacta con la nueva regulación legal, ello nos conduce a entender que también la dimensión objetiva del derecho permanece inalterada, debiendo dirigir nuestra reflexión exclusivamente hacia la dimensión subjetiva del mismo, que impone al legislador, que debe preservarla, la obligación negativa de no lesionar la esfera de libertad que contiene el derecho (en este sentido, STC 382/1996, de 18 de diciembre, FJ 3).
La Ley 13/2005 supone una modificación de las condiciones de ejercicio del derecho constitucional a contraer matrimonio, y esta modificación, una vez analizado el Derecho comparado europeo, la jurisprudencia del Tribunal de Estrasburgo y el Derecho originario de la Unión Europea, se manifiesta en la tendencia a la equiparación del estatuto jurídico de las personas homosexuales y heterosexuales. Esta evolución parte de la despenalización de las conductas homosexuales (cabe citar aquí la pionera STEDH Dudgeon c. Reino Unido, de 22 de octubre de 1981), y pasa por el reconocimiento de la tutela antidiscriminatoria frente a las discriminaciones por razón de la orientación sexual de las personas (véanse aquí, entre otras las SSTEDH en los asuntos Salgueiro Da Silva Mouta c. Portugal, de 21 de diciembre de 1999, § 28, y L. y V. c. Austria de 9 de enero de 2003, § 48, después recogidas en nuestra STC 41/2006, de 13 de febrero, así como el art. 21.1 de la Carta de los derechos fundamentales de la Unión Europea de 7 de diciembre de 2000, tal como fue adoptada en Estrasburgo el 12 de diciembre de 2007).
[...] El reconocimiento del derecho al matrimonio a todas las personas, independientemente de su orientación sexual, implica la posibilidad para cada individuo de contraer matrimonio con personas de su mismo sexo o de diferente sexo, de manera que ese ejercicio reconozca plenamente la orientación sexual de cada uno. Ello no afecta al contenido esencial del derecho, porque el que puedan contraer matrimonio entre sí personas del mismo sexo ni lo desnaturaliza, ni lo convierte en otro derecho, ni impide a las parejas heterosexuales casarse libremente, o no casarse. Las personas heterosexuales no han visto reducida la esfera de libertad que antes de la reforma tenían reconocida como titulares del derecho al matrimonio, puesto que con la regulación actual y con la anterior, gozan del derecho a contraer matrimonio sin más limitaciones que las que se deriven de la configuración legal de los requisitos para contraer matrimonio que realiza el Código civil. [...] De este modo se da un paso en la garantía de la dignidad de la persona y el libre desarrollo de la personalidad (art. 10.1 CE) que han de orientarse a la plena efectividad de los derechos fundamentales (STC 212/2005, de 21 de julio, FJ 4), además de ser fundamento del orden político y de la paz social y, por eso, un valor jurídico fundamental (STC 53/1985, de 11 de abril, FJ 8), sin perjuicio de que se puede reconocer que el mecanismo elegido por el legislador para dar ese paso no era el único técnicamente posible. [...]
No corresponde al Tribunal Constitucional enjuiciar la oportunidad o conveniencia de la elección hecha por el legislador para valorar si es la más adecuada o la mejor de las posibles (entre otras muchas STC 60/1991, de 14 de marzo, FJ 5), puesto que debemos respetar las opciones legislativas siempre que las mismas se ajusten al texto constitucional. [...]

12. Las afirmaciones anteriores no evitan entrar al examen de la posible vulneración, por parte del apartado séptimo del artículo único de la Ley 13/2005, de 1 de julio, que posibilita la adopción conjunta de menores por parejas homosexuales, del art. 39.2 CE en especial, del deber de protección integral de los hijos. No obstante sí condicionan ese examen.
[...] El interés del menor adoptado por un matrimonio entre personas del mismo sexo, o por un matrimonio entre personas de distinto sexo, ha de ser preservado conforme a lo dispuesto en el art. 39.2 CE. Y este interés se tutela en cada caso concreto en función del escrutinio al que se somete a los eventuales adoptantes con independencia de su orientación sexual, de modo que el deber de protección integral de los hijos que se deriva del art. 39.2 CE no queda afectado por el hecho de que se permita o se prohíba a las personas homosexuales adoptar, bien de forma individual, bien conjuntamente con su cónyuge.
La Sentencia del Tribunal de Estrasburgo, en el asunto Frette c. Francia de 26 de febrero de 2002, que se refiere a la cuestión de la exclusión de una persona soltera homosexual de un procedimiento de adopción en razón de su orientación sexual, analiza la compatibilidad de tal exclusión con las previsiones del Convenio europeo de derechos humanos, y desarrolla a este respecto una argumentación muy similar a la que el mismo Tribunal realiza respecto de la compatibilidad entre la exclusión o inclusión de las personas homosexuales de la institución matrimonial y el art. 12 CEDH, ofreciendo una lectura amplia del margen de apreciación nacional [...] El Tribunal Europeo de Derechos Humanos estima, pues, normal “que las autoridades nacionales, que deben tomar en cuenta dentro de los límites de sus propias competencias, los intereses de la sociedad en su conjunto, dispongan de un amplio margen cuando son llamadas a pronunciarse en este ámbito”, y continúa: “estando en contacto directo con la realidad de sus países, las autoridades nacionales están, en principio, mejor situadas que una jurisdicción internacional para evaluar las sensibilidades y contextos locales. Teniendo en cuenta que las cuestiones planteadas en el supuesto de hecho tocan aspectos donde no existe comunidad de perspectivas entre los Estados miembros del Consejo de Europa y donde, de manera general, el derecho parece atravesar una fase de transición, es preciso dejar un amplio margen de apreciación a las autoridades de cada Estado (ver mutatis mutandis, sentencias Manoussakis y otros c. Grecia, 26 septiembre 1996, Recueil 1996-IV, p. 1364, § 44, y Cha’are Shalom Ve Tsedek c. Francia [GC], núm. 27417-95, § 84, CEDH 2000-VII)” (§ 41). Reconociendo este amplio margen de apreciación, el Tribunal de Estrasburgo recuerda que “La adopción es ‘dar una familia a un niño, y no un niño a una familia’ y el Estado debe asegurarse de que las personas elegidas como adoptantes sean las que puedan ofrecerle, desde todos los puntos de vista, las condiciones de acogida más favorables” (§ 42) [...] Nuestra propia jurisprudencia ha establecido ya que, en los procedimientos de adopción, “se configura como prevalente el interés superior del menor (STC 124/2002, de 20 de mayo, FJ 4).
La eventual lesión del art. 39.2 CE vendría dada si la legislación no garantizase que, en el procedimiento de adopción, el objetivo fundamental fuese la preservación del interés del menor, circunstancia que no concurre en este caso, en el que la normativa del Código civil establece que la resolución judicial que constituya la adopción tendrá siempre en cuenta el interés del adoptando, y la idoneidad del adoptante o adoptantes para el ejercicio de la patria potestad, idoneidad que nada puede tener que ver con su orientación sexual (art. 176 CC). Además, como recoge la recién citada STC 124/2002, el juez que conoce del proceso de adopción tiene la facultad de denegarla cuando sea contraria al interés del menor, sea cual sea el motivo y después de su correcta valoración, que se realiza mediante el procedimiento reglado pertinente. En un sentido muy similar [...] dijimos en la STC 176/2008, de 22 de diciembre (FJ 7), posteriormente confirmada por el Tribunal Europeo de Derechos Humanos en la Sentencia P.V. c España de 30 de noviembre de 2010, “que lo que en modo alguno resulta constitucionalmente admisible es presumir la existencia de un riesgo de alteración efectiva de la personalidad del menor por el mero hecho de la orientación sexual de uno u otro de sus progenitores. Ello implica que la adopción de una decisión judicial consistente en suprimir, suspender o limitar el derecho de comunicación de los padres con sus hijos menores con fundamento, de forma principal o exclusiva, en la transexualidad del padre o de la madre, deba calificarse como una medida discriminatoria proscrita por el art. 14 CE.”
No existe, en consecuencia y de acuerdo con los argumentos desarrollados, tacha de inconstitucionalidad alguna.

Vot particular de M. Aragón Reyes: 

1. [...] Si el entendimiento de la institución ya no es unánime, sino plural, esto es, si se trata, en términos constitucionales, claro está, de una cuestión debatida, debemos aplicar la máxima de in dubio pro legislatoris. Cuando controlamos al legislador y apreciamos que no vulnera la Constitución, la función de este Tribunal no es, en realidad, apreciar que la ley es “constitucional”, sino, que “no es inconstitucional”, y ello no es un mero juego de palabras, sino que encierra un profundo sentido sobre la capacidad y legitimidad del ejercicio de la jurisdicción constitucional. Precisamente esas son las razones que me condujeron a apoyar el fallo de la presente Sentencia.

Vot particular d'A. Ollero Tassara:

2. No me parece superflua una reflexión sobre el trasfondo antropológico que gravita sobre la Sentencia; toda actividad jurídica no es sino filosofía práctica. Se trata de un hoy predominante radicalismo individualista que dificulta la adecuada articulación entre instituciones jurídicas, rebosantes de exigencias sociales, y derechos individuales, haciendo que los segundos conviertan en irrelevantes a las primeras. No me parece acertado tratar a determinadas instituciones jurídicas como si fueran mero corolario de los derechos y no más bien razón de su fundamento, abocando a una contraposición simplista entre limitación o ampliación de derechos individuales.

Vot particular de J. J. González Rivas

4. Se sostiene como argumento básico de la Sentencia la necesidad de una interpretación evolutiva de la Constitución y en mi opinión, tal evolución ha de respetar la esencia de las instituciones comprendiendo su espíritu y finalidad pues, en este caso, el matrimonio tiene un carácter fundamental y una finalidad esencial basada en la unión entre personas de distinto sexo, requisito que no puede quedar eliminado por una interpretación evolutiva que no preserve su garantía constitucional.

divendres, 7 de desembre de 2012

Usura jurídica




STS 23 de septiembre de 1958


Primero. Que la Ley de 23 de julio de 1908, conocida con la denominación de Represión de la Usura, se ocupa, en su artículo primero, de la nulidad de todo contrato de préstamo que esté afectado por alguna de la triple modalidad que enumera en sus dos primeros párrafos a) Aquellos en los cuales las partes estipulan un interés superior al normal del dinero y se entienda que es manifiestamente desproporcionado con las circunstancias de cada caso; b) Los que por las condiciones que sus pactos contravengan resulten leoninos, deduciéndose de sus cláusulas que ha sido aceptado por el deudor a causa de su situación angustiosa, de su inexperiencia o de lo limitado de sus facultades mentales; y c) Los en que la cantidad que se exprese como recibida sea mayor que la verdaderamente entregada, cualquiera que sea su entidad o circunstancias (sentencias, entre otras, de 22 de enero de 1931, 6 de octubre de 1956 y 12 de marzo de 1958).

Segundo. Que en esta clase de procedimientos, los Tribunales pueden formar libremente su convicción en vista de las alegaciones de las partes, pudiendo incluso por la prueba de conciencia ser lícito rebasar las estatuidas en la ley procesal (sentencia de 11 de febrero de 1928) llegar a la conclusión que se estime pertinente, facultad que alcanza no sólo al Juzgado y a la Audiencia que de los autos conoce, sino que corresponde también al Tribunal de casación, pero sin que esta atribución pueda conducir a convertir su enjuiciamiento en una tercera instancia al prescindir de los supuestos de hecho que en la sentencia recurrida se establecen y que sirven de base para formar su criterio, a menos que los elementos propuestos por las partes demuestren de manera inequívoca el error absoluto y manifiesto en que incurrió el juzgador (sentencias, entre otras, de 5 de noviembre de 1955, 4 de julio de 1956 y 1 de febrero de 1957) criterio jurisprudencial que ha de tenerse presente al examinar y resolver sobre los dos motivos del recurso que por el deudor se presentan.

dimarts, 4 de desembre de 2012

Transicions. Trànsits. Revolucions. Reformes. Etc.

I.

Quin record servem de la Revolució Francesa? Probablement, en la visió escolana de la història, ens limitem a admetre que va ser bona, almenys en comparació a d'altres revolucions posteriors. Ara bé, en aquesta Revolució s'instituí, a través de guerres internes, externes i una nova política l'ordre econòmic liberal i petitcapitalista per a Europa, alhora que reconeixia per primera vegada Drets de tots els ciutadans, entre els quals un Codi Civil. Així fou la França del començament del segle XIX que, malgrat patir batzegades de tota mena, resistí fins avui en aquells ideals. 

La Transició democràtica espanyola ha estat lloada per ser pacífica i reeixida. Opino personalment, tanmateix, que no va ser ni una cosa ni l'altra. En tot cas, aquella Transició recorda la Revolució Gloriosa del 1868, gloriosa en tant que no va vessar-se sang, la qual cosa també és fals.

Espanya no va assumir els valors de la revolució francesa fins que els ministres tecnòcrates de l'Opus Dei del Franco van cedir davant del liberalisme mundial regnant. El van deixar passar. Per això, econòmicament, jurídicament, socialment, fa l'efecte que, en diversíssims aspectes, ara no sabem ben bé com ens ho farem amb el curs de les coses al món.

L'Estat espanyol, passa a viure en una nova posició davant d'Europa: hem deixat de ser receptors nets per ser-ne de contribuents. Durant anys s'ha pogut votar al Consell i Comissió que s'augmentessin els ajuts, per a totes les coses i en tot moment, perquè en rebíem. Ara volem que augmentin, perquè calen més que abans, però volem que alhora no impliqui contribució. El discurs de sempre -i potser l'única ideologia bona del liberalisme- és que responsabilitat de rebre allò bo inclou i implica la responsabilitat de tornar-lo.

II.

El rais Mursi intenta en els darrers dies institucionalitzar la Revolució egípcia. I, tanmateix, Mursi és comparat, arran de la provació del polèmic Decret, als faraons i a Mubàrak. Crec que és una injustícia i em remeto a la història: una de les primeres actuacions dels artífexs de la Revolució Francesa va ser sostraure del control jurisdiccional aquelles qüestions purament polítiques sobre les quals la llei -en aquell cas, la de l'Antic Règim- no hi havia de tenir res a apel·lar. El Poder Judicial egipci ara té menys poder: no pot fer, precisament, la contrarevolució, com ha estat fent, dictant absolucions sobre tots els militars i policies de Mubàrak, dissolent comissions democràticament constituïdes per constradiccions amb procedimentalismes prerevolucionaris. França va crear un contrapoder que és el que avui coneixem com l'Administració Pública, en tant que és l'Executiu al marge d'autoritats judicials. 

Durant massa temps Egipte ha estat segrestat per militars i jutges -ben bé com Catalunya avui pel TC- i ara és hora que, almenys fins el 15 de desembre -que és quan es votarà la Carga Magna egípcia-, Mursi ostenti un gran poder, que no pot ser qualificat com d'absolut, atès que serà provisional.   

III.

Hem sabut la setmana passada que seran els accionistes de Bankia, CatalunyaBanc i Novagalicia que hauran d'assumir les pèrdues de llur inversió. Crec que cal comentar almenys tres aspectes d'aquesta notícia. 

Primer: tot i admetre que el preu de les accions de les susdites entitats ha devallat molt, fins ara -portem cinc anys de crisi- no han estat els accionistes, inversors i especuladors que han fet front a l'error i risc de la seva inversió, sinó l'Estat -els contribuents- que va introduir liquiditat en forma de préstec als seus balanços fallits. Aquest va ser l'ajut directe.

Segon: l'ajut del rescat bancari va deixar de ser considerat, però, com un préstec, per passa a ser una compra, una nacionalització. El Banc de València nacionalitzat l'endemà de la victòria de Rajoy ha estat ara venut a CaixaBank a canvi que aquesta última rebés 4.500 milions, menys 1 euro, que era el preu. Quan tornarà aquest Banc el capital prestat? Mai. Aquest ajut és indirecte. 

Tercer: com ara l'Estat és propietari, no ja prestador, dels citats bancs nacionalitzats, és alhora el seu principal accionista. Quan De Guindos diu que els inversors i especuladors perdran el 100% del seu capital a CatalunyaBanc i prop del 70% a Bankia, admet que l'Estat -els contribuents- no només no reclamarà el préstec donat, sinó que el condona íntegrament. Aquest ajut també és indirecte. I quantiós.